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Il Ministero della Difesa dovrà risarcire i familiari di un ex carpentiere navale presso l’Arsenale Militare di La Spezia

Con sentenza n. 272/2019, pubblicata il 29 gennaio 2019, la Seconda Sezione Civile del Tribunale di Genova ha condannato il Ministero della Difesa al risarcimento del danno in favore degli eredi di un carpentiere navale presso l’Arsenale della Marina Militare di La Spezia.

L’operaio aveva lavorato nell’Arsenale di La Spezia dal 1967 al 1994 con la qualifica di carpentiere navale ed addetto ai bacini di carenaggio.

Le sue mansioni consistevano nella manutenzione e riparazioni di tubazioni e parti strutturali dell’unità navale. Durante queste operazioni, secondo l’accusa, il lavoratore era entrato a contatto diretto con l’amianto senza alcuna protezione.

Nel 2012 era arrivata la diagnosi di mesotelioma sarcomatoide con diffusa infiltrazione delle pareti polmonari.

Subito era stata fatta richiesta di riconoscimento di malattia professionale, concessa da INAIL.

La sentenza del Tribunale di Genova

Il Tribunale in prima istanza ha respinto la richiesta del Ministero intesa all’integrazione di INAIL al contraddittorio.

Ciò in quanto la richiesta dei familiari, relativa alla vertenza, ha avuto per oggetto i danni ricevuti iure proprio e per danno esistenziale, e non quelli per danno biologico non patrimoniale iure hereditatis, il solo indennizzabile da INAIL.

Le responsabilità del Ministero

Nel merito delle responsabilità ascritte al Ministero il Tribunale ha riconosciuto la fattispecie del “reato colposo omissivo improprio” per “alta probabilità logica”.

La decisone infatti si fonda sulle evidenze riportate dalla consulenza tecnica d’ufficio secondo la quale

il decesso è stato certamente causato da mesotelioma pleurico e che l’attività lavorativa svolta […] presso l’Arsenale Marina Militare di La Spezia in qualità di scaldachiodi/carpientere navale […] ha certamente comportato una esposizione ad amianto, di entità non calcolabile ma certamente e nettamente superiore ai livelli di esposizione della popolazione generale.

Detta esposizione ad amianto è stata pressoché causa, o concausa, o concausa, del mesotelioma pleurico a causa del quale egli è deceduto […].

e che

i mezzi e presidi approntati all’epoca dal Ministero… sono stati praticamente nulli, e pertanto di nessuna valenza ed utilità.

Date queste evidenze il Tribunale ha sancito che il Ministero ha contravvenuto agli obblighi di prevenzione da parte del datore di lavoro verso i dipendenti stabilito dall’art. 2087 del Codice Civile.

Le testimonianze durante il processo

Una testimonianza in particolare, durante il processo, di un collega del carpentiere deceduto ha confermato come negli ambienti di lavoro ci fosse esposizione all’amianto.

Il lavoratore ha descritto come il taglio di lamiere e la manutenzione dei tubi coibentati in amianto avvenissero senza che fossero adottate misure di protezione:

io e il sig. […] maneggiavamo l’amianto a mani nude per rifasciare i cavi elettrici che correvano per tutta la nave… non avevamo alcuna protezione (guanti, mascherine, tute) quando trattavamo l’amianto o quando comunque eravamo presenti al taglio sopra indicato… non c’era stata data alcuna informazione circa la pericolosità dell’amianto, né erano stati fatti i corsi di formazione in tal senso.

La giurisprudenza alla base della sentenza

La sentenza riporta inoltre una ricca giurisprudenza in merito al fatto che già molto prima del 1970 fosse nota la pericolosità dell’amianto e della lavorazione del minerale.

Si cita infatti addirittura un Regio Decreto del 1909 (n. 442 del 14 giugno) di approvazione del testo unico della legge per i lavori delle donne e dei fanciulli. In esso la filatura e la tessitura dell’amianto sono annoverati fra i lavori insalubri.

La sentenza prosegue con riferimento all’art. 21 del Decreto del Presidente della Repubblica n. 303 del 19 marzo 1956. L’articolo stabilisce come sia responsabilità del datore di lavoro adottare provvedimenti atti a ridurre l’emissione di polveri di qualunque genere nell’ambiente considerandone la natura e la concentrazione.

In particolare, nello stesso Decreto, come responsabilità del datore di lavoro si prevedono:

  • all’art. 9 il ricambio d’aria;
  • all’art. 15 e all’art. 20 la riduzione del sollevamento polveri e sostanze nocive nell’aria anche tramite aspiratori;
  • la riduzione dell’accumulo di sostanze nocive all’art. 18;
  • l’obbligo di adibire locali separati per le lavorazioni insalubri all’art. 19;
  • all’art. 25 l’uso di dispositivi di protezione individuale.

Le dimensioni e l’organizzazione del ministero della Difesa erano tali da rendere esigibile la massima diligenza e attenzione nell’adeguamento alle conoscenze scientifiche concernenti il proprio settore di operatività.

La quantificazione del danno per perdita parentale

Dopo aver riconosciuto le responsabilità del Ministero quanto all’esposizione ed al decesso del lavoratore la sentenza quantifica il danno subito iure proprio dai familiari del carpentiere navale deceduto per mesotelioma pleurico.

Il Tribunale ha riconosciuto un risarcimento di 200.000 euro per ciascuno dei due figli e di 270.000 euro per la vedova.

Gli importi sono stati decisi sulla base delle Tabelle per il danno non patrimoniale e parentale del Tribunale di Milano, comunemente utilizzate dalla giurisprudenza in materia.

Le tabelle prevedono per la morte del coniuge a favore dell’altro non separato e del padre a favore di ogni figlio una somma compresa fra un minimo di 165.960 euro ed un massimo di 331.920 euro.

La quantificazione del Tribunale all’interno delle cifre minima e massima tiene conto dell’età dei congiunti, della loro situazione familiare e patrimoniale.

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Crediti: foto di William Domenichini, concessa con licenza CC BY-SA 3.0, da Wikimedia Commons. Modificata (ritagliata). Ridistribuita con la stessa licenza.

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