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Cantieri navali: l’amianto nell’esperienza di un lavoratore di Fincantieri (ex Breda)

Una interessante testimonianza di un operaio saldatore presso i cantieri navali Breda di Porto Marghera (ora Fincantieri), ormai in pensione, è stata pubblicata sul quotidiano del lavoro online Rassegna Sindacale, nel 2009.

La testimonianza del saldatore dell’ex Breda

È la testimonianza di Bruno Furlanetto, nato a Monastier in provincia di Treviso nel 1951, assunto a 25 anni nei cantieri navali della ex Breda.

Racconta l’operaio: “[l’amianto, prima degli anni novanta] veniva adoperato in maniera massiccia nella cantieristica per fare coibentazioni sui pavimenti dei ponti-comando o ricoprire tubazioni di ogni genere […]. Da noi, si utilizzava una malta definita cemento-amianto che veniva spalmata su una rete metallica posta al di sopra della superficie da coprire. Gli operai preparavano questa miscela composta da amianto e acqua all’interno di carriole trasportandola poi nei luoghi in cui serviva grazie a secchi di grandi dimensioni. Sembravano tanti muratori che costruivano un muro”.

Furlanetto, fin dalle prime morti di compagni di lavoro a causa di tumore impegnato nella lotta per il riconoscimento di risarcimenti e indennizzi, riporta anche la toccante vicenda di un amico. Giorgio questo il nome dell’amico, morì per le conseguenze dell’amianto e dell’asbestosi nel 2001 dopo essere stato messo a riposo solo nel 2000, incontrando difficoltà burocratiche e inadepienze amministrative da parte degli ospedali e degli enti preposti all’invio della documentazione per il riconoscimento di malattia professionale all’INAIL (Istituto Nazionale per l’Assicurazione contro gli Infortuni sul Lavoro), difficoltà e mancanze purtroppo a tutt’oggi ancora comunissime.

Le criticità all’interno del cantiere navale

Il saldatore dell’ex Breda enumera poi  le numerose criticità presenti nel cantiere. Ricorda come il contatto nella gestione dell’amianto fosse continuo per i lavoratori. L’operaio sottolinea inoltre come, almeno fino ai primi anni ’90, non ci fosse alcuna percezione della pericolosità del materiale:

  • i saldatori dei cantieri navali utilizzavano l’amianto in teli per ricoprire le zone intorno al punto di saldatura: spesso tali teli bruciavano liberando l’amianto nell’aria;
  • gli stessi saldatori utilizzavano il cosiddetto ‘amianto del biscotto’: una saldatura di due lamiere sigillata attraverso un fondo di ceramica rivestito d’amianto, anch’esso soggetto a combustione;
  • gli operai, inconsapevoli, usavano i teli d’amianto come cuscini per riposare, oppure per farne palle con cui giocare e scherzare;
  • un composto di malto e amianto veniva usato dagli operai coibentatori per rivestire i tubi. Il composto spesso cadeva sui ponteggi. I ponteggi venivano poi capovolti per impedire lo scivolamento dei passeggeri e del personale, facendo in questo modo finire il materiale sul fondo della nave dove gli operai erano al lavoro;
  • il materiale era raccolto in contenitori a cielo aperto, da cui fuoriuscivano le esalazioni per giorni, prima che lo stesso fosse rimosso;
  • soprattutto nella sala macchine (di qui la maggior esposizione dei meccanici rispetto ai saldatori ed i carpentieri) il materiale era continuamente smosso per spostare i binari che consentivano di muovere i motori, rendendo le fibre d’amianto volatili e pericolosissime.

L’articolo integrale può essere letto su Ressegna Sindacale.

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