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Processo per le morti da amianto alla Fibronit di Broni: annullate le sentenze di condanna per gli imputati. Le motivazioni della sentenza

La Corte di Cassazione, con sentenza n. 34341/2020 della Quarta Sezione Penale, ha giudicato prescritti alcuni dei reati e annullato le sentenze di condanna emesse dalla Corte d’Appello di Milano verso i due imputati nel processo Fibronit in relazione a molteplici ipotesi di omicidio colposo loro contestate con violazione di norme sulla prevenzione degli infortuni per quanto riguarda l’esposizione ad amianto presso lo stabilimento di Broni.

I reati ascritti inoltre, non riguardavano solo i danni causati ai lavoratori della fabbrica, ma anche ad alcuni residenti nelle vicinanze, che si sarebbero ammalati per aver inalato le fibre di amianto, altamente volatili, prodotte durante le lavorazioni.

Il processo penale per le morti da amianto presso lo stabilimento Fibronit di Broni

In primo grado presso il Tribunale di Pavia, nel 2017, i due ex dirigenti dell’azienda, imputati a vario titolo per omicidio colposo, erano stati ritenuti colpevoli.

Riformando parzialmente la decisione del Tribunale, la Corte d’Appello di Milano, nel 2019, ha dichiarato non doversi procedere per intervenuta prescrizione per una serie di capi di imputazione relativi al decesso di diverse persone.

La Corte tuttavia confermava sostanzialmente la condanna sancita dalla sentenza appellata, come esplicitato dalla sentenza:

La pericolosità dell’amianto, osserva la Corte di merito, era già ben nota allorché i due imputati ricoprirono le rispettive posizioni di garanzia; ma le norme relative alla protezione dei lavoratori e dei residenti restavano costantemente violate, sia pure a fronte di alcuni interventi per impianti di aspirazione e riduzione del tenore di fibre nell’aria, giudicati tuttavia insufficienti dai periti.

Le valutazioni della Corte d’Appello in merito all’individuazione delle responsabilità: esposizione ad amianto e latenza clinica del mesotelioma

Nel comminare le condanne la Corte di merito, facendo seguito alle consulenze tecniche, aveva tenuto conto della cosiddetta latenza clinica del mesotelioma, cioè il periodo indicato come progressione e avanzamento della malattia una volta iniziato il processo di proliferazione cellulare neoplastica.

Durante questo periodo non sarebbero state rilevanti le eventuali e successive esposizioni alle fibre di asbesto poiché la malattia sarebbe stata già in atto.

Secondo questo paradigma la Corte aveva proceduto ad identificare le responsabilità dei due imputati incrociando il periodo temporale in cui questi avevano occupato posizioni di responsabilità con le supposte esposizioni avvenute prima della suddetta latenza clinica, stabilita, seguendo la consulenza tecnica, in 10 anni.

Il ricorso degli imputati in Cassazione contro la decisione della Corte d’Appello di Milano

Gli imputati nel processo Fibronit per le morti da amianto sono ricorsi in Cassazione adducendo diverse motivazioni.

Uno degli imputati ha presentato infatti ricorso in merito a:

  • Il periodo temporale cui sarebbero ascrivibili le responsabilità: da restringere ai periodi in cui gli stessi ricoprivano una posizione di garanzia rilevante ai fini dell’imputazione.
  • La carenza di consenso scientifico quanto alla valutazione della latenza clinica che esula radicalmente da quelli sui quali vi é generalizzata condivisione da parte di tutti gli esperti intervenuti nel presente giudizio.
  • Il fatto che la corte non avrebbe considerato né la maggior valenza causale delle prime esposizioni alle fibre di asbesto, né la differente […] situazione della concentrazione e del controllo della dispersione delle fibre di amianto nel periodo in cui [l’imputato] assunse la posizione di garanzia, dovuta ai rilevantissimi investimenti sostenuti dalla società in quel periodo.
  • La mancanza di certezza relativa alla rilevanza delle esposizioni all’amianto nel periodo di garanzia degli imputati.
  • Incertezza della diagnosi in merito a tutte le 27 vittime o perché non fu effettuata autopsia (5 casi) o non si seguirono le linee guida internazionali oggi vigenti per mesotelioma e/o asbestosi.
  • Mancato riconoscimento della prevalenza delle attenuanti generiche.
  • Mancato riconoscimento della disciplina del concorso formale di reati tra i fatti oggetto del processo e quelli di cui ad altre sentenze per esposizioni avvenuti negli stabilimenti Fibronit di Bari e Avenza.

L’altro imputato ha invece presentato ricorso lamentando:

  • Il percorso argomentativo della Corte di merito in merito a tutta una serie di questioni, che i giudici avrebbero ignorato. Esse riguardavano: le condizioni di sicurezza dello stabilimento all’epoca della posizione di garanzia dell’imputato, l’adozione di criteri di valutazione datati posteriormente all’epoca, la fornitura di dispositivi di protezione e varia documentazione attestante l’espletato dovere di informazione e la messa in atto della sorveglianza sanitaria dei lavoratori.
  • L’omessa valutazione delle effettive responsabilità gestionali dell’imputato che non avrebbe avuto reali poteri decisionali durante il proprio periodo di garanzia.
  • L’impossibilità dei stabilire un nesso di causalità generale ed individuale fra condotta omissiva, esposizione ad amianto ed insorgenza della malattia dovuta all’incertezza dell’individuazione del lasso temporale con cui si possa definire la latenza clinica del mesotelioma.
  • Mancato riconoscimento delle attenuanti generiche ed eccessiva quantificazione della pena rispetto all’effettiva posizione dell’imputato.

Processo Fibronit: le valutazioni dei giudici di Cassazione nella sentenza

La sentenza della Cassazione in primis sottolinea come, anche nei ricorsi, […] non vi é sostanzialmente contestazione, se non per marginali profili, circa la riferibilità causale alle emissioni dello stabilimento Fibronit di Broni dell’insorgenza delle patologie asbesto-correlate che trassero a morte le numerose vittime.

Appurato questo punto la Corte passa ad individuare il periodo di garanzia dei due imputati restringendolo di fatto agli anni 1981-1985, anni in cui uno era amministratore delegato, l’altro adempieva alle funzioni di direttore dello stabilimento di Broni.

Relativamente agli anni dal 1981 al 1985 la sentenza nota come già i giudizi di primo e secondo grado avessero rilevato ci fosse stato in azienda un netto miglioramento delle condizioni di lavoro. Infatti

vi fu un primo periodo (fino al 1975 – 1980) in cui le condizioni di degrado e di mancanza di sicurezza dello stabilimento erano particolarmente accentuate; mentre nel periodo successivo furono effettuati investimenti per impianti di aspirazione e riduzione del livello di fibre nell’aria, sebbene essi siano stati reputati insufficienti e le deposizioni a sommarie informazioni di alcuni dipendenti […] abbiano riferito di guasti e malfunzionamenti anche frequenti in tale periodo (i quali peraltro si collocano per lo più dopo il 1988 – 1990).

Causalità generale: esposizione ad amianto, induzione, failure time e latenza clinica nel mesotelioma pleurico

Il punto fondamentale tuttavia sul quale si concentra l’argomentazione dei giudici di Cassazione è quello relativo alla prova scientifica che possa correlare le condotte omissive degli imputati all’insorgenza del mesotelioma pleurico.

A tale riguardo i giudici, rifacendosi alla teoria dose-correlata, prescelta e accreditata in particolare dalla III Consensus Conference, individuano le diverse fasi del processo di causalità generale:

  • Induzione della malattia: fase in cui ogni successiva esposizione é rilevante sul piano causale ai fini del prodursi del mesotelioma pleurico maligno.
  • Progressione o latenza clinica: in cui il processo carcinogenetico é irreversibile e ogni successiva esposizione all’amianto é ormai irrilevante.
  • Failure time: fase che segna il momento a partire dal quale le ulteriori esposizioni all’amianto sono prive di rilevanza causale.

Secondo la Corte dunque bisogna capire se le esposizioni che abbiano causato le malattie asbesto correlate nei lavoratori possano essere fatte risalire al suddetto periodo di responsabilità in capo ai due imputati, ovvero agli anni fra il 1981 ed il 1985.

Si tratta di vedere se, alla stregua del percorso motivazionale seguito dalla Corte di merito, tale periodo coincida in modo certo ed evidente, in tutto o in parte, non solo con la generica esposizione delle vittime all’amianto, ma anche con un’esposizione eziologicamente rilevante ai fini della patogenesi: in una parola, con la fase della c.d. induzione.

La teoria dell’effetto acceleratore

Fondamentale dunque stabilire, ai fini dell’individuazione delle responsabilità per il periodo 1981-1985, se le esposizioni avvenute in quel lasso temporale, anche successive alla prima esposizione che possa aver innescato la malattia, abbiano contribuito allo svilupparsi della stessa ed all’accorciamento della latenza clinica.

La questione è nota in ambito scientifico e giudiziario come teoria dell’effetto acceleratore.

Secondo questa teoria le esposizioni successive alla prima potrebbero accelerare l’insorgere della malattia seguendo un meccanismo per cui il verificarsi della malattia sarebbe dose-correlato.

È, in poveri termini, necessario acquisire processualmente la certezza (dandone poi adeguatamente conto in motivazione) che, nel periodo di assunzione della posizione di garanzia da parte del soggetto chiamato a rispondere degli esiti letali dell’esposizione, quest’ultima fosse causalmente idonea ai fini della patogenesi e dell’accelerazione del decorso infausto della malattia.

Le sentenze di primo e secondo grado del processo Fibronit: la legge scientifica su induzione e latenza del mesotelioma

Dopo aver riassunto e chiarito i principi in base ai quali poter espletare un corretto giudizio, i giudici di Cassazione hanno esaminato il caso in specie, con riferimento alle sentenze di primo e secondo grado.

La sentenza sottolinea come, in entrambi i casi, le argomentazioni alla base della scelta della legge scientifica che ha ‘indirizzato’ le sentenze siano state discutibili.

Ciò posto, non sembra occorrano eccessivi sforzi argomentativi per ritenere affatto insoddisfacente il percorso argomentativo seguito tanto dal Tribunale, quanto dalla Corte d’appello, in ordine alla “questione cruciale” della determinazione del “vero periodo di latenza”.

La Corte ambrosiana infatti aveva stabilito di individuare il periodo di latenza a 10 anni prima dell’insorgere della malattia, collocando a quella data il cosiddetto failure time secondo la valutazione, non ben chiarita e argomentata, del solo consulente tecnico.

Il Tribunale di Pavia, allo stesso modo, aveva stabilito, secondo un giudizio di plausibilità dei vari consulenti tecnici, il periodo di latenza del mesotelioma in 40 anni.

All’interno di questo intervallo temporale avrebbero avuto rilevanza, quanto all’effetto acceleratore, le esposizioni avvenute nei primi 10/20 anni.

L’assoluzione degli imputati nel processo Fibronit

I giudici di Cassazione, dunque, stabiliti i principi generali per l’individuazione della prova scientifica del nesso causale, hanno deciso l’annullamento della sentenza impugnata. con rinvio ad altra sezione della Corte d’Appello di Milano, conformemente ad un puro giudizio di legittimità.

In merito poi ai due casi di asbestosi, la Corte indica come il percorso argomentativo delle sentenze di primo e secondo grado sia stato essenzialmente lo stesso applicato ai casi di mesotelioma, non giustificando inoltre il nesso causale per il periodo di garanzia degli imputati.

Invero, dando per scontato che tutte le vittime abbiano contratto il mesotelioma pleurico a causa delle polveri di amianto disperse nello (o dallo) stabilimento di Broni […], si rileva che l’arco temporale all’interno del quale si colloca, nei singoli casi, l’esposizione all’amianto é in tutti i casi assai ampio, e non é dato determinare con univoca certezza se il periodo 1981/1985 (in cui, secondo quanto si é detto, ambedue gli imputati ricoprirono posizioni di garanzia) abbia o meno trovato collocazione all’interno della fase di induzione delle singole cancerogenesi.

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Crediti immagine: foto di S. Hermann & F. Richter da Pixabay. Modificata (ritagliata) e capovolta in orizzontale. Concessa con licenza originaria.

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