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Mesotelioma macchinista di Rete Ferroviaria Italiana. Intervenuta prescrizione decennale

La Cassazione, con sentenza n. 9802/2020, pubblicata in data 25 maggio 2020, ha confermato l’intervenuta prescrizione decennale del diritto al risarcimento dei familiari di un macchinista di Rete Ferroviaria Italiana (RFI) deceduto a causa di un mesotelioma contratto per esposizione all’amianto sul luogo di lavoro.

Rete Ferroviaria Italiana aveva presentato appello contro il diritto al risarcimento dei familiari, sancito in primo grado, dei danni causati dal mesotelioma contratto dal macchinista a causa dell’esposizione all’amianto nell’esercizio delle sue funzioni.

La Corte d’Appello di Venezia, Sezione Lavoro, con sentenza n. 378 del 26 gennaio 2017, aveva riconosciuto l’intervenuta prescrizione decennale del diritto al risarcimento.

In particolare il Tribunale di secondo grado aveva riscontrato l’erronea applicazione da parte del Tribunale dei principi attinenti all’exordium praescriptionis, con specifico riguardo all’epoca in cui l’origine professionale della malattia poteva ritenersi conoscibile oggettivamente da parte del lavoratore e, quindi, degli eredi.

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I quattro motivo di ricorso dei familiari del macchinista di Rete Ferroviaria Italiana deceduto per mesotelioma contro la prescrizione

I familiari del macchinista di RFI deceduto per mesotelioma pleurico causato dall’esposizione all’amianto sono ricorsi in Cassazione contro la sentenza della Corte d’Appello con quattro motivazioni:

  • Violazione del giudicato parziale che faceva risalire l’exordium praescriptionis a non prima degli anni ’90.
  • Violazione dei principi di allegazione e prova quanto all’exordium praescriptionis.
  • Nullità della sentenza per motivazione apparente quanto all’esistenza di fonti di consapevolezza in merito al risarcimento.
  • Errata ritenuta insussistenza del nesso eziologico.

Le motivazioni di rigetto del ricorso da parte della Cassazione

Quanto al primo motivo di ricorso i giudici di Cassazione ne ribattono l’infondatezza poiché contrariamente a quanto asserito da parte ricorrente, anche nella decisione n. 378/2014 di cui si discute, l’epoca di insorgenza risulta individuata nel medesimo lasso temporale, cioè a data posteriore al 1992, come richiesto dagli eredi nella domanda di risarcimento dei danni iure proprio.

Nemmeno il terzo motivo di ricorso, ovvero il vizio di motivazione apparente, è apparso fondato ai giudici.

Esso ricorre infatti, secondo la giurisprudenza di legittimità, soltanto quando essa, benché graficamente esistente, non renda, tuttavia, percepibile il fondamento della decisione, perché recante argomentazioni obiettivamente inidonee a far conoscere il ragionamento seguito dal giudice per la formazione del proprio convincimento.

Ma non è questa la fattispecie poiché i giudici hanno reputato la decisione di merito ampiamente documentata e argomentata.

Conoscenza del nesso eziologico e definizione dell’exordium praescriptionis

I temi del nesso eziologico e della effettiva conoscenza da parte dei ricorrenti dell’origine professionale della malattia  (secondo e quarto motivo di ricorso) sono le questioni maggiormente argomentate alla Cassazione.

Fare chiarezza su questi punti è infatti rilevante ai fini della definizione della data iniziale da cui far decorrere la prescrizione.

L’exordium praescriptionis incide infatti sulla possibilità della risarcibilità del danno.

Secondo il Collegio, nel dichiarare prescritto il diritto azionato, la Corte territoriale si è, infatti, attenuta correttamente al principio, […] in tema di risarcimento del danno cagionato dall’inosservanza da parte del datore di lavoro dei doveri di protezione delle condizioni di lavoro posti a suo carico dall’art. 2087 cod. civ., secondo cui la prescrizione decennale […] decorre dal momento in cui il lavoratore ha potuto acquisire la piena consapevolezza non solo della malattia, con un danno alla salute apprezzabile, ma anche dell’origine professionale della stessa, indipendentemente da valutazioni meramente soggettive a lui ascrivibili.

La Corte di legittimità sottolinea quindi alcuni passaggi della sentenza di primo grado, secondo la quale:

  • Già dagli anni 60/70 era nota la pericolosità delle polveri di amianto.
  • Dal 1970 c’era certezza scientifica della correlazione fra esposizione ad amianto, anche di modesta entità, ed insorgenza della patologia tumorale.

Inoltre:

  • Specifiche norme per il trattamento dei materiali contenenti amianto erano già state introdotto dal D.P.R n. 15 del 1982.
  • L’amianto era stato bandito con Legge 257 del 1992.
  • Gli stessi ricorrenti, nel ricorso alla Corte territoriale, avevano fatto notare che la malattia (il mesotelioma) era stata ‘tabellata’ fra quelle di origine professionale nel 1994.

Conoscibilità dell’eziologia professionale: rilevanti le conoscenze scientifiche del momento

[…] ai fini della prova della conoscibilità dell’eziologia professionale […] occorre […] restare in un ambito di oggettività scientifica, nel senso che la conoscibilità da un lato va intesa in senso diverso dalla conoscenza vera e propria, dall’altro postula la possibilità che un determinato elemento (l’origine professionale della malattia) sia riconoscibile in base alle conoscenze scientifiche del momento, restando invece irrilevante, pena lo sconfinamento nel campo della pura soggettività, il grado di conoscenze e di cultura del soggetto interessato dalla malattia.

La Cassazione dunque giudica corretta la decisione della Corte di Appello di ritenere assodata l’effettiva conoscibilità dell’origine professionale del mesotelioma.

La Corte, in particolare, la fa risalire almeno dall’entrata in vigore della Legge 257 del 1992 che bandì ‘uso dell’amianto in Italia. Nonché da quando il mesotelioma fu incluso, nel 1994, nelle tabelle INAIL delle malattie di origine professionale.

Secondo il Collegio ha, quindi, correttamente ritenuto la Corte che, almeno dall’entrata in vigore della legge 27 marzo 1992, n. 257, significativamente intitolata “Norme relative alla cessazione dell’impiego” ovvero da quando, nel 1994 la malattia professionale è stata “tabellata”, l’oggettiva diligenza avrebbe imposto di percepire la malattia come conseguenza del comportamento del datore di lavoro che aveva esposto il dipendente all’inalazione di polveri così pericolose da esserne vietata la lavorazione.

Infine

Il Collegio reputa […] incensurabile […] l’ulteriore passaggio motivazionale nel quale la Corte esclude che la conoscibilità dell’esposizione all’amianto potesse configurarsi soltanto nel 2011 per la mancanza di conoscibilità di essa nell’ambiente di lavoro; secondo il Collegio la Corte […] compie un accertamento di fatto, fondato in primo luogo sulla circostanza che lo stesso de cuius, che svolgeva mansioni di macchinista di elettromotrici ed eseguiva anche lavori di manutenzione, doveva sapere […] che i pannelli che foderavano le elettromotrici fossero di amianto.

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Crediti immagine: foto di PublicDomainImages da Pixabay. Modificata (ritagliata). Concessa con la stessa licenza.

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