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Il glifosato, principio attivo di diserbanti assai diffusi, è l’erbicida più venduto al mondo.
Nel 2015 la International Agency for Research on Cancer (IARC) lo ha classificato come “probabilmente cancerogeno” per l’uomo, innescando un decennio di polemiche fra scienza, industria e autorità di controllo.
Acrilonitrile: perché ora è «cancerogeno certo» e quanti lavoratori italiani sono coinvolti: si tratta di un monomero impiegato nella produzione di fibre sintetiche, resine, gomme e plastiche presenti in componenti automobilistici, elettronica, arredamento e rivestimenti industriali. Leggi di più.Ora un articolo pubblicato il 10 giugno 2025 su Environmental Health dalla squadra internazionale coordinata dall’Istituto Ramazzini aggiunge tasselli decisivi al dibattito, mostrando che l’esposizione a dosi oggi considerate sicure aumenta l’incidenza di molti tumori nei ratti Sprague-Dawley.
Che cos’è il Global Glyphosate Study
Il lavoro rientra nel Global Glyphosate Study (GGS), il programma tossicologico più vasto mai realizzato su questo erbicida.
Dal sesto giorno di gestazione fino a due anni di vita, cioè per l’intero arco biologico dell’animale, i ricercatori hanno somministrato acqua contenente glifosato “puro” e due formulazioni commerciali, una venduta nell’Unione europea, l’altra negli Stati Uniti.
Tre i livelli di dose: 0,5 mg/kg, 5 mg/kg e 50 mg/kg di peso corporeo al giorno. Il primo corrisponde all’ADI (Acceptable Daily Intake) europeo; l’ultimo al NOAEL (No Observed Adverse Effect Level) fissato sempre dall’UE, valori che le autorità regolatorie definiscono “senza rischio” per l’essere umano.
Cosa hanno visto gli scienziati
Nel corso dei due anni di osservazione, pari ad un’intera vita per un ratto (paragonabile a 70-80 anni umani), i gruppi esposti hanno sviluppato un aumento statisticamente significativo e dose-dipendente di tumori benigni e maligni in sedici sedi anatomo-patologiche.
Le neoplasie hanno interessato sangue e linfonodi (leucemie), pelle, fegato, tiroide, sistema nervoso periferico, ovaie, ghiandola mammaria, reni, vescica, ossa, pancreas endocrino, utero e milza.
Nei ratti trattati il 40 % dei decessi per leucemia è avvenuto prima della 52ª settimana di vita, cioè prima di mezza età nell’uomo, segno di un’insorgenza particolarmente precoce.
Gli effetti sono emersi anche alle dosi più basse, equivalenti all’assunzione giornaliera “ammessa” per la popolazione europea, e si sono rivelati ancora più marcati quando il glifosato veniva somministrato nelle sue formulazioni commerciali, dove i tensioattivi facilitano la penetrazione della sostanza nei tessuti.
I rischi per i lavoratori
Agricoltori, giardinieri, addetti alla manutenzione di ferrovie, strade e aree verdi sono professionalmente esposti a glifosato per anni, spesso con miscele concentrate e modalità (spruzzo, nebulizzazione, contatto cutaneo) assenti nelle prove di laboratorio.
Se animali di riferimento per la tossicologia sviluppano tumori a livelli che gli umani potrebbero raggiungere in caso di uso quotidiano, il nesso causale con l’attività lavorativa diventa più plausibile anche in tribunale.
Il riconoscimento della malattia professionale per esposizione a glifosato in Italia
Nel nostro Paese il glifosato non compare ancora nelle tabelle INAIL; ciò significa che un tumore riconducibile al diserbante rientra tra le cosiddette “malattie non tabellate”.
In questi casi la giurisprudenza italiana, da ultimo l’ordinanza della Corte di cassazione n. 11631 del 3 maggio 2025, chiarisce che il dipendente deve dimostrare tre elementi: l’esistenza del danno, la nocività dell’ambiente di lavoro e un probabile nesso fra i due.
Se tali elementi appaiono fondati, spetta poi al datore di lavoro provare di aver adottato ogni misura di prevenzione idonea a evitare il danno.
La sentenza non riguarda il glifosato in particolare, ma ribadisce un principio di riparto dell’onere della prova che vale per tutte le patologie non tabellate.
In pratica, chi sospetta di essersi ammalato per l’esposizione al diserbante deve raccogliere documentazione sulle mansioni svolte, sui prodotti utilizzati e sull’evoluzione clinica della malattia, allegando perizie medico-legali che integrino le nuove evidenze sperimentali.
I precedenti all’estero rafforzano il quadro
Le cause civili statunitensi contro alcuni colossi della distribuzione di erbicidi continuano ad accumulare verdetti favorevoli: a maggio 2025 una corte d’appello del Missouri ha confermato un risarcimento milionario a tre utilizzatori professionali colpiti da linfoma non-Hodgkin.
Questi numeri non sono direttamente trasferibili alla giustizia italiana, ma mostrano che le prove stanno convincendo giurie e giudici a imporre esborsi sempre più rilevanti.
Quali passi concreti può fare chi si ammala
Sul piano pratico il lavoratore, o i suoi eredi, devono presentare denuncia all’INAIL entro tre anni dalla diagnosi; parallelamente possono avviare un’azione civile per il cosiddetto “danno differenziale”, cioè la quota di risarcimento non coperta dall’indennizzo pubblico.
Le nuove evidenze scientifiche del GGS rendono più forte la perizia medico-legale che collega la malattia all’uso di glifosato e mettono pressione sui datori di lavoro perché aggiornino il Documento di Valutazione dei Rischi, puntando alla sostituzione dell’erbicida dove esistono alternative.
Uno studio che cambia le regole del gioco
Il Global Glyphosate Study offre la prova sperimentale più robusta finora sul potenziale cancerogeno del glifosato alle dosi d’uso reali.
Se queste conclusioni verranno considerate nei prossimi contenziosi, i lavoratori potranno contare su un fondamento scientifico più solido per vedere riconosciuto il proprio diritto alla rendita INAIL o al pieno risarcimento in sede civile. E per i responsabili della salute sul lavoro sarà ancora più difficile ignorare il principio di precauzione.
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Crediti immagine: foto di Edward Jenner da Pexels. Modificata (ritagliata e ridimensionata). Concessa in uso con licenza originaria.




















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