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Eternit Bis: imprenditore svizzero condannato per le morti da amianto

Il Tribunale di Torino ha condannato l’imprenditore svizzero S. S., magnate della ex Eternit di Casale Monferrato, a quattro anni per l’omicidio colposo di cui era imputato per le morti di un ex lavoratore della filiale di Cavagnolo, in provincia di Torino, e di una casalinga residente a breve distanza dallo stabilimento.

La sentenza è arrivata nel corso dell’udienza del 23 maggio, a distanza di quasi due anni dall’inizio del procedimento.

Sono quattro i tronconi dell’inchiesta per le esposizioni e le morti causate dalle malattie asbesto correlate alla Eternit, divise a seconda della competenza territoriale dei Tribunali.

I casi relativi a Casale Monferrato sono infatti di competenza del Tribunale di Vercelli; gli altri filoni giudiziari sono proseguiti invece per Cavagnolo a Torino, per Rubiera a Reggio Emilia, per Bagnoli a Napoli.

I fatti alla base della sentenza sono gli stessi che portarono all’assoluzione in Cassazione nel 2014 del magnate svizzero. Migliaia di parti offese per le morti da malattie asbesto correlate fra i lavoratori degli stabilimenti Eternit avevano originato la causa.

La sentenza del Tribunale di Torino segna tuttavia un nuovo indirizzo giurisprudenziale per quanto riguarda i termini di prescrizione nell’accertamento delle responsabilità dell’imputato.

L’impianto Eternit di Cavagnolo e la contaminazione da amianto

La filiale Eternit di Cavagnolo nasce nel 1946, quando due ex dirigenti della Eternit di Casale Monferrato qui fondarono lo stabilimento SACA (Società Anonima Cemento Amianto) per la lavorazione del crocidolite, la pericolosissima varietà blu dell’amianto.

Dieci anni dopo l’Eternit di Casale Monferrato acquisì lo stabilimento SACA, che cessò definitivamente la produzione nel 1982.

Durante il processo si è accertato come le lavorazioni avvenissero senza il rispetto delle dovute tutele di sicurezza.

Gli operai lavoravano l’amianto a mano, impastando il cemento alla fibra in polvere, trasportata dalle miniere e conservate in sacchi di juta.

Ci sono state testimonianze durante il processo che hanno fatto emergere alcune ulteriori circostanze di contaminazione ed esposizione ad amianto dei lavoratori, ma anche dei loro familiari e dei residenti di Cavagnolo.

Sembra che i lavoratori portassero addirittura a casa i sacchi di juta, che contenevano l’amianto, affinché le loro mogli li rammendassero quando si strappavano. Quest’ultime dunque potevano essere esposte alle fibre, altamente volatili, presenti nel tessuto.

Inoltre le acque ed i prodotti di scarto dello stabilimento, contaminati da amianto, venivano convogliati nel canale di scolo, per poi finire nel fiume Po.

Lo ‘smarino’ veniva addirittura utilizzato per la copertura di strade non ancora asfaltate, con conseguente inquinamento ambientale.

Le lastre sfilacciate in amianto erano utilizzate per il livellamento del terreno, operazione che comportava lo sbriciolamento del materiale ed un altissimo rischio di inalazione.

Fonti e Rassegna Stampa

La notizia è apparsa su tutti i maggiori quotidiani, si veda in particolare la sintesi su il Fatto Quotidiano e l’approfondimento su dbamianto.it.

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Crediti immagine: foto di Wesley Tingey. Da Unsplash. Concessa per uso commerciale e non commerciale e ridistribuita con la stessa licenza. Modificata (ritagliata).

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