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Confermata in Cassazione la condanna per Dalmine S. P. A. Risarcimento per un lavoratore deceduto per Mesotelioma Peritoneale

La Cassazione ha rigettato il ricorso di Dalmine S. P. A. avverso alla sentenza n. 138/2013 della Corte di Appello di Brescia che condannava l’azienda al risarcimento dei familiari di un lavoratore deceduto per mesotelioma peritoneale.

La domanda di risarcimento, poi riconosciuta dalla Corte territoriale d’Appello per 283.400 euro, era stata respinta in primo grado, in ragione della prescrizione del reato, dato che il decesso del lavoratore era avvenuto nel 1993.

Tuttavia la Corte d’Appello aveva riformato la sentenza in quanto

escludeva la prescrizione del diritto risarcitorio per l’individuazione infradecennale del momento di concreta percezione del danno da illecito datoriale da parte del lavoratore.

I familiari infatti avevano appreso l’eziologia professionale della malattia, e quindi del diritto ad un eventuale risarcimento, soltanto nel 2007, in occasione di una domanda di indennizzo ad INAIL.

Precedentemente, gli stessi sanitari che avevano avuto in cura l’uomo, avevano escluso l’origine professionale del mesotelioma peritoneale, attribuendolo con probabilità all’abitudine al fumo.

La Corte bresciana inoltre riconosceva il nesso causale fra patologia, il mesotelioma peritoneale, e l’esposizione professionale ad amianto all’interno dell’azienda, Dalmine S.P.A., in particolare nel periodo dal 1961 al 1969.

Le motivazioni del ricorso in Cassazione

L’azienda datrice di lavoro ricorreva in Cassazione contro la sentenza della Corte di Appello di Brescia con tre motivazioni:

  • l’erronea individuazione del termine di prescrizione quanto all’effettiva conoscenza del danno;
  • il fatto che al tempo della diagnosi, viste le mansioni del lavoratore, fosse ormai nota la correlazione fra amianto e mesotelioma. Di conseguenza la richiesta di riconoscimento dell’erronea valutazione dei tempi di prescrizione;
  • l’inesigibilità di misure di prevenzione idonee, da parte dell’azienda, ad evitare l’esposizione ad amianto viste le poco note conoscenze, all’epoca dei fatti (in particolare fra il 1961 ed il 1964), del nesso causale fra asbesto e mesotelioma.

Al contempo, i familiari del lavoratore deceduto, avevano presentato controricorso incidentale per erronea liquidazione del danno non patrimoniale in quanto non riconosciuto dalla Corte di Appello il danno biologico terminale, secondo il criterio dell’invalidità temporanea e non permanente, per la permanenza in vita ultra-decennale dell’ammalato.

La sentenza della Suprema Corte

La Corte della Cassazione ha rigettato tutti i ricorsi presentati. In primo luogo ha giudicato infondate le prime due motivazioni addotte da Dalmine S.P.A in merito al decorso della prescrizione che per la Corte territoriale non aveva fatto data dal momento dell’insorgenza della malattia del lavoratore nel 1992.

Scrive infatti la Corte nella sentenza:

La Corte territoriale ha fatto una corretta applicazione del principio di diritto, secondo cui la prescrizione decorre, in materia, non dal giorno in cui il terzo abbia determinato la modificazione causativa del danno o dal momento in cui la malattia si sia manifestata all’esterno, bensì da quello in cui essa venga percepita o possa essere percepita quale danno ingiusto conseguente al comportamento del terzo, usando l’ordinaria diligenza e tenendo conto della diffusione delle conoscenze scientifiche […].

In merito alla prescrizione dunque la Suprema Corte riconosce il principio della decorrenza dal momento della percezione del danno e/o del nesso causale fra patologia ed esposizione.

La Cassazione sottolinea come, se da un lato già all’epoca era nota la pericolosità dell’amianto, e dunque l’azienda avrebbe dovuto adottare le necessarie tutele di sicurezza per il lavoratore, dall’altro non era così nota la relazione fra asbesto e mesotelioma peritoneale, tanto che i sanitari che ebbero in cura il paziente non avevano accertato, né reso nota, tale dipendenza.

Quanto all’altro motivo di ricorso di Dalmine S.P.A., ovvero l’inesigibilità in quegli anni di tutele di sicurezza adeguate verso l’esposizione ad amianto, vista la poco nota pericolosità all’epoca, la Corte nota come la Corte territoriale

[…] ha accertato in fatto la mancata installazione di adeguati / impianti di aspirazione e di umidificazione per l’abbattimento delle polveri: misure specificamente protettive esigibili già in base alla normativa del 1956.

Respinto il controricorso sulla quantificazione del danno biologico terminale

Infine la Corte di Cassazione respinge anche il controricorso incidentale presentato dai familiari del lavoratore. La Corte d’Appello ha infatti correttamente applicato la liquidazione del danno non patrimoniale sub specie del cosiddetto danno biologico terminale di permanenza in vita ultra-annuale del lavoratore.

Si tratta dunque del danno patito in vita dall’ammalato, dal momento dell’insorgere della malattia (agosto 1992), fino al decesso (settembre 1993).

E tale danno, qualificabile come danno ‘biologico terminale’, dà luogo ad una pretesa risarcitoria, trasmissibile iure hereditatis, da commisurare soltanto all’inabilità temporanea, adeguando tuttavia la liquidazione alle circostanze del caso concreto: ossia al fatto che, se pur temporaneo, tale danno è massimo nella sua intensità ed entità, tanto che la lesione alla salute non è suscettibile di recupero ed esita, anzi, nella morte […].

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Crediti: foto di succo su pixabay.com. Modificata (ritagliata). Concessa e ridistribuita con licenza CC0 Creative Commons. Immagine di repertorio.

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